CINEMA
Agnese Làposi porta “I fisici” nel nostro presente

La celebre pièce di Friedrich Dürrenmatt torna a parlare al pubblico contemporaneo attraverso un nuovo adattamento cinematografico firmato dalla giovane regista ticinese

Di: Raffaele Pedrazzini (rsi.ch)

Nell’ambito della rassegna Un po’ di cinema svizzero, organizzata dai Cineforum ticinesi. Prossime proiezioni:
Martedì 21 aprile, Cinema Iride, Lugano – ore 20.30
Lunedì 27 aprile, Teatro Sociale OSC, Mendrisio – ore 20.00

Nel cuore de I fisici c’è una domanda che non smette di bruciare: cosa accade quando la conoscenza supera la capacità dell’uomo di governarla? È da questo nodo (più morale che scientifico, più politico che narrativo) che Agnese Làposi costruisce il suo film ibrido, nato dalla messinscena di Igor Horvath al LAC nell’autunno del 2024. Un lavoro che non si limita a seguire le prove di una pièce, ma interroga la distanza sempre più vertiginosa tra ciò che siamo in grado di scoprire e ciò che siamo in grado di controllare. In questo scarto, che Dürrenmatt aveva già intuito nel pieno della guerra fredda, Làposi trova la materia viva del presente: un mondo in cui il sapere non è mai innocente e la ragione sfiora continuamente il proprio doppio, la follia.
Il film racconta la trasposizione teatrale della celebre tragicommedia di Friedrich Dürrenmatt, incrociando le riprese delle prove, momenti di creazione scenica e sequenze di finzione. «Ho seguito tutta la preparazione dello spettacolo, immergendomi nelle sale del teatro», racconta Agnese Làposi. «Non potevamo permetterci di rimettere in scena tutto lo spettacolo. Abbiamo deciso di seguire quello che c’era durante le prove».

La scelta si riflette soprattutto nel trattamento dello spazio. Nella pièce di Dürrenmatt tutto si concentra nel salotto della clinica psichiatrica, uno spazio chiuso, quasi claustrofobico, dove la commedia nera della ragione occidentale si consuma come in una camera a pressione. Làposi prova invece ad allentare quel dispositivo, introducendo riprese in esterna e costruendo scene pensate espressamente per lo schermo: «volevamo raggiungere un livello ulteriore rispetto alla scena teatrale», spiega. Ma il passaggio al cinema non modifica soltanto lo spazio, cambia anche la distanza: «se il teatro impone frontalità e continuità del tempo scenico, il film può stringere sui volti e lavorare sulle pause, così ho creato silenzi e associazioni».

La pièce, scritta nei primi anni Sessanta, nel cuore della guerra fredda, porta con sé il trauma atomico. Dürrenmatt parte da una scoperta potenzialmente devastante e costruisce un mondo in cui la conoscenza non può più essere pensata come innocente. La clinica psichiatrica, da questo punto di vista, è sì un espediente drammaturgico, ma anche una miniatura del mondo moderno: un luogo in cui la follia smette di essere l’opposto della ragione e diventa il suo doppio e il suo esito segreto. Gli scienziati si fingono pazzi per sottrarsi all’uso politico delle loro scoperte, ma intorno a loro si muovono apparati, spie, interessi, appropriazioni. La scienza, insomma, una volta entrata nella storia, si espone ai suoi conflitti e ne porta la sua marchiatura.
Ed è da questa prospettiva che Làposi legge il testo. Per lei il nodo non è la scoperta in sé, ma il suo destino politico e morale: «la scoperta in sé non è pericolosa. Il dilemma è che l’uomo può usare bene ma anche male tutti gli strumenti che ha a disposizione». È una formulazione netta e che sottrae così I fisici a ogni nostalgia per il Novecento e lo riporta dentro le ambivalenze del presente. Il testo parla certo dell’atomo, ma più in fondo parla della distanza fra ciò che l’uomo è capace di scoprire e ciò che è capace di governare. Così continua a riguardarci anche nel nostro, di tempo, anche se questi ha semplicemente spostato il problema su altri terreni: la tecnica, gli algoritmi, la sorveglianza, la manipolazione del vivente.

Nel film, però, non c’è soltanto questo asse storico e filosofico. C’è anche la convinzione che il testo resti vivo perché non separa mai la dimensione politica da quella umana. L’ambizione, la paura, il desiderio di controllo, la vanità, il limite individuale… in Dürrenmatt i grandi conflitti passano sempre attraverso soggetti già fragili e già compromessi. Per questo I fisici è anche una riflessione sul potere e sulla follia, da leggersi anche come continuo slittamento tra lucidità e delirio. Da qui si capisce anche la scelta di Làposi di restare molto vicina all’originale: «è un testo estremamente denso, un meccanismo perfetto nel quale se togli un elemento certi significati vengono a mancare». Non c’è dunque la tentazione di usare il cinema per semplificare il classico, né quella, fin troppo prevedibile, di ridurlo a puro pretesto visivo. Il film lavora per attrito, misurandosi con un testo che conserva qualcosa di duro, compatto, persino scomodo, e verificando se quella compattezza riesca ancora a reggere il presente. Dürrenmatt continua del resto a formulare il problema in termini inaggirabili: il sapere, da solo, non salva nulla.