È significativa la scelta di presentarlo in collaborazione con il Club ‘74 al teatro dell’OSC di Mendrisio. È qui che lunedì 27 aprile alle 20, il pubblico potrà vedere l’ultimo film di Agnese Làposi: “I fisici”, un documentario sperimentale ispirato alla celebre pièce dürrenmattiana che “riflette in maniera sempre incredibilmente attuale sul rapporto fra scienza e responsabilità politica” sottolinea la regista ticinese che sarà presente alla proiezione. Il suo film sarà preceduto dal cortometraggio “Fade to Black” di Giovanni Jannoni e Mariangela Marletta, girato in parte nel parco di Casvegno. Tutto l’evento è gratuito.
Il progetto di trasposizione audiovisiva de “I fisici”, per il quale Agnese Làposi cura la regia, è il vincitore del bando De la scène à l’écran del 2024, una produzione dell’Associazione REC (attiva a Lugano da oltre 12 anni) in coproduzione con la RSI. Rientra in una collezione di film svizzeri che promuovono la diversità delle produzioni teatrali svizzere ponendo in dialogo registi teatrali e cineasti. “I fisici” inaugura la prima edizione nella Svizzera Italiana. La scelta artistica è quella di trasporre delle pièce teatrali esistenti in opere cinematografiche. E come? Nel caso de “I fisici”, la trasposizione cinematografica ha seguito la messa in scena della pièce del regista Igor Horvat nell’autunno del 2024, all’interno del LAC. In quei momenti sono state realizzate le riprese del film di Agnese Làposi. Prima di essere diffusa in televisione, la pellicola è uscita nelle sale ticinesi in occasione della rassegna Un po’ di cinema svizzero (Lugano e Locarno) e – come detto – a Mendrisio sarà presentata il 27 aprile.
La tragicommedia grottesca “Die Physiker” di Friedrich Dürrenmatt prende forma attraverso riprese di finzione e prove teatrali di una compagnia. Tra le mura di una clinica che si fondono con quelle del teatro, tra giallo e melodramma, i protagonisti si giocano il futuro dell’umanità. È un’opera dei primi anni ‘60 che non perde nulla della sua attualità. Dürrenmatt la scrisse in un contesto di reazione allo sviluppo e all’uso della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale. Il classico di Dürrenmatt, la pièce teatrale di Igor Horvat e il film che verrà proiettato lunedì all’OSC riflettono dunque in maniera incredibilmente attuale sul rapporto fra scienza e responsabilità politica. Ne parliamo con la regista del film, Agnese Làposi.
Come è nata in te la scelta di ispirarti alla celebre pièce di Dürrenmatt?
È una collaborazione che mi è stata proposta dal regista dell’opera teatrale, Igor Horvat. Ho accettato con piacere siccome adoro lo humor grottesco di Durrenmatt e la sua capacità di raccontare i meccanismi dell’essere umano in tutta la sua bassezza. Il testo de “I fisici” riesce a unire il livello intimo a quello politico: i suoi personaggi, perseguono i rispettivi ideali di giustizia, progresso, pace, ma sono continuamente compromessi dalle loro passioni e dalla sete di potere: insomma, sono esseri umani. Questi meccanismi in questa storia si declinano rispetto al ruolo della scienza: se le scoperte scientifiche nelle mani sbagliate risultano letali, dovremmo evitarne la diffusione per proteggere l’umanità? È un dilemma estremamente attuale.
Hai parlato del tuo obiettivo di raccontare l’opera attraverso una sorta di ibridazione che parte dal testo letterario, passa dal teatro e culmina in una versione cinematografica. Che emozioni ti ha trasmesso questo percorso?
È una scelta prima di tutto produttiva: non avevamo i mezzi per rimettere in scena lo spettacolo altrove. Abbiamo decido di seguire per tutte le prove al LAC gli attori, costruendo un percorso attraverso gli spazi di lavoro: lettura del testo a tavolino, sala prove, palco. Cosi, il salotto della clinica in cui originariamente si svolge l’intera pièce, evolve fra diversi spazi del film, in una declinazione giocosa di quella che potrebbe essere l’anticamera del potere, un meta-luogo in cui si decide il destino del mondo. Questo permette di ritmare il film, ma anche di declinare il concetto di pazzia, siccome, così come i protagonisti fingono di essere pazzi, i luoghi fingono di essere altro.
Cosa si intende per documentario sperimentale?
Con sperimentale si fornisce una precisazione per avvertire lo spettatore: in questo film ci siamo divertiti a mescolare diversi livelli di realtà e diversi formati, perciò chi viene al cinema non deve aspettarsi un reportage sul teatro. In realtà, la storia e le battute sono molto fedeli alla pièce di teatro, dunque non c’è assolutamente il pericolo di non ‘capire’ la storia.
Possiamo dire che non è casuale l’opzione del teatro dell’OSC per presentare il film?
Siamo felici di presentare il film in una collaborazione con il Club ‘74 siccome la storia si svolge in una clinica psichiatrica e il film è anche un’investigazione sulla follia. Nell’arco della storia, i personaggi continuano a cambiare identità e non si capisce fino alla fine chi è il vero ‘folle’. Con la sua comicità amara, Dürrenmatt ci racconta qualcosa di molto forte: la follia non è sempre il contrario della ragione.
Presentando il tuo film, hai parlato del vortice di follia in cui si trovano i personaggi della pièce. Sarà un’esperienza profonda per gli spettatori?
Si tratta di una storia molto densa, un meccanismo narrativo perfetto che sviluppa diversi livelli di narrazione. Il film è un’esperienza ricca, fra cinema e teatro, e spero che per il pubblico possa essere l’occasione per riscoprire questo testo svizzero iconico degli anni ‘60, che vive ed è ancora estremamente attuale.