laR+ Culture – La Regione – 13 giugno 2026 di Cristina Pinho

Dalle piazzole alle piazze, trent’anni di storia Lgbtqia+

Esce oggi ‘Panico morale’, il nuovo podcast di Natascia Bandecchi che restituisce voce, dignità e memoria al movimento arcobaleno della Svizzera italiana

Oltre a trattare i pregiudizi, gli attacchi, il dolore vissuti da questa comunità, è anche un racconto gioioso di conquiste, feste, relazioni d’amicizia e d’amore
(Ti-Press)

Paura, indignazione, ostilità: sono reazioni collettive che possono svilupparsi di fronte a un fenomeno o a un gruppo sociale percepito come una minaccia ai valori della società. Gli studiosi lo chiamano “panico morale”. E allo stesso modo la giornalista ticinese Natascia Bandecchi ha chiamato il nuovo podcast da lei ideato che ripercorre gli ultimi trent’anni del movimento arcobaleno alle nostre latitudini. Ma “Panico morale – Storie Lgbtqia+ dalla Svizzera italiana” (l’acronimo sta per lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali, più altre identità e orientamenti), oltre a trattare i pregiudizi, gli attacchi, il dolore vissuti da questa comunità, è anche un racconto gioioso di conquiste, feste, relazioni d’amicizia e d’amore, condito con ironia e tenerezza. Disponibile da oggi, sabato 13 giugno (rec.swiss/panicomorale), e trasmesso da Radio Gwendalyn dal 23 al 28 giugno alle 10.00, il progetto scritto insieme ad Agnese Làposi con musiche originali e sound design di Victor Hugo Fumagalli e realizzato con la collaborazione di Olmo Cerri dell’Associazione Rec sarà presentato stasera a Locarno durante un evento organizzato da Imbarco Immediato che in questo 2026 celebra i propri 20 anni. L’appuntamento è al Ristorante galleggiante Balena 2023 di Locarno dalle 19.00.

Dallo Spazio Gay di Massagno alle ballroom delle Dolls on the Block

Il podcast si sviluppa in sei episodi che intrecciano testimonianze, materiali d’archivio e vicende personali, compresa quella della stessa autrice. «È un tentativo di restituire memoria e dignità a esperienze che, per molto tempo, sono rimaste ai margini del racconto pubblico», dice Bandecchi, che non pretende l’esaustività: «Si tratta di un affresco eseguito da una delle tante prospettive possibili su una storia molto ampia». L’autrice, che ha lavorato per molti anni in radio, cullava da tempo l’idea di realizzare un progetto simile: «Mi sono chiesta: cosa so fare? Cosa mi piace? Raccogliere e raccontare storie attraverso l’audio. Così ho unito la mia vicenda, marginalmente, a quella di un movimento fatto di persone che si sono messe in gioco affinché una serie di diritti fondamentali potesse essere conquistata».

Il risultato è un percorso che parte dalla metà degli anni Novanta, dallo Spazio Gay aperto da Bruno Ferrini nel 1995 a Massagno (comune storicamente roccaforte Ppd), attraversa la nascita o lo sviluppo di Collegati (Collettivo lesbico gay Ticino) e dell’associazione Imbarco Immediato, fino ad arrivare alle nuove generazioni queer e alle ballroom delle Dolls on the Block. Sullo sfondo scorrono alcune delle principali tappe che hanno segnato la storia recente dei diritti Lgbtqia+ in Svizzera: l’unione domestica registrata (2005), la possibilità di adozione dei figli del partner (2018), l’estensione della norma penale contro le discriminazioni (art. 261bis Codice penale) all’orientamento sessuale (2020), il matrimonio per tutte e tutti (2021), la semplificazione della procedura che consente alle persone transgender di modificare il proprio genere anagrafico (2022). «È un pezzetto di storia ticinese e svizzera che meritava di essere incastonato nella memoria», commenta l’autrice.

Il rischio delle narrazioni polarizzate

Il concetto di panico morale è stato elaborato negli anni Settanta dal sociologo Stanley Cohen. «Definisce uno stato di forte agitazione emotiva che si sviluppa nei confronti di minoranze percepite come pericolose – spiega Bandecchi –. A questa dinamica concorrono spesso i media, quando riducono la complessità dei fenomeni a narrazioni polarizzate e semplificate». È un processo che attraversa molte delle vicende raccontate nella serie. Le discussioni sulle varie forme di famiglia, quelle intorno al Pride organizzato a Lugano, le polemiche sull’agenda scolastica del Canton Ticino per una vignetta che tematizzava l’identità di genere: aspetti diversi accomunati dalla percezione che qualcosa stia mettendo in discussione un ordine consolidato. Bandecchi insomma non si limita a registrare lo scontro. Cerca anche di interrogarsi sulle sue origini. «Trovo molto prezioso quanto dice in una puntata Marco Coppola, responsabile del progetto Gayticino di Zonaprotetta, sull’importanza di creare un dialogo reale tra chi ha visioni diverse senza per forza cadere in un braccio di ferro. Incuriosirsi, provare da entrambe le parti a capire le ragioni dell’altro, non dare nulla per scontato, può offrire la possibilità per superare insieme questo panico morale».

Un contesto piccolo, provinciale, cattolico

Dal podcast emerge un Ticino spesso descritto dai protagonisti come una realtà piccola, cattolica, provinciale, chiusa su sé stessa. «Sono nata a metà degli anni Settanta e prima di andare via dal Ticino non avevo mai conosciuto apertamente nessuna persona della comunità Lgbtqia+», evidenzia Bandecchi. Non c’era internet come lo conosciamo oggi, non c’erano i social, mancavano modelli e punti di riferimento: «A scuola non se ne parlava. Nella mia famiglia nemmeno, era una sorta di tabù. In generale era qualcosa che veniva taciuto, nascosto oppure deriso. E quando non si hanno strumenti per capire ciò che si sta vivendo, si fa più fatica a comprendere sé stessi, magari si ha vergogna per quello che si prova e ci si allontana dalle proprie percezioni». La “prima sbandata” inequivocabile di Bandecchi per una donna è stata all’età di 28 anni in Messico, dopo aver sempre frequentato dei ragazzi non senza un certo senso di inadeguatezza. Con la sua esperienza personale non pretende di rappresentare quella di tutta la comunità: «C’è chi entra in contatto con la propria identità molto presto e chi lo fa più tardi nonostante il contesto». Quest’ultimo però ha un peso rilevante: «In Ticino c’è una certa chiusura culturale, c’è l’idea che si sia sempre fatto così e che quindi si debba continuare allo stesso modo. Si ha quasi timore di evolvere, di “verticalizzarsi”, si tende piuttosto ad andare sulla superficie, in orizzontale. È come se si volesse preservare lo stato delle cose invece di assecondare una crescita che è connaturata all’essere umano. Per fortuna ci sono persone che con impegno e determinazione permettono di andare oltre».

Per il diritto di esistere fuori dall’ombra

E così pian piano anche al Sud delle Alpi la situazione è cominciata a cambiare, con la creazione di luoghi di aggregazione della comunità Lgbtqia+ ticinese e la rispettiva evoluzione. Dalle piazzole e dai bagni delle stazioni dove un tempo avvenivano gli incontri nell’ombra con il rischio di subire aggressioni, si è passati ai primi spazi associativi con le loro porte aperte, le feste, gli aperitivi. «Spesso queste realtà vengono ancora viste come ghetti o nicchie – osserva Bandecchi –. Sono invece spazi fondamentali di riconoscimento». Per chi cresce sentendosi diverso, o sbagliato, incontrare persone che condividono esperienze simili può fare la differenza: «A volte si ha bisogno semplicemente di non sentirsi soli, di poter parlare con qualcuno che capisca quello che si sta vivendo. La condivisione è sempre preziosa. Queste occasioni aiutano a crescere e a legittimare la propria identità». Non si tratta soltanto di avere un luogo dove incontrarsi, ma anche di conquistare il diritto a essere visibili. Un elemento che torna a più riprese negli episodi di “Panico morale” è proprio il fatto che alle persone Lgbtqia+ venga spesso concesso di esistere a patto di non esporsi troppo, di non occupare lo spazio pubblico. Da questo punto di vista, il ruolo aggregativo di collettivi e associazioni è andato di pari passo con le istanze politiche.

Non bastano le leggi a cancellare i pregiudizi

Nel corso degli ultimi trent’anni il quadro normativo svizzero è cambiato parecchio. Molte delle rivendicazioni che negli anni Novanta apparivano lontane sono oggi realtà. Ma sarebbe un errore pensare che il lavoro sia concluso. «Sicuramente non bastano delle leggi per cancellare pregiudizi e ostilità – considera la nostra interlocutrice –. Viviamo in un’epoca di forte polarizzazione e di grande disinformazione. Molti diritti sono stati conquistati, ma non vanno mai dati per scontati». Per Bandecchi il cambio di paradigma deve passare dalla cultura, dall’educazione, dalla componente umana delle persone: «Dovremmo prenderci più cura delle parole che usiamo, del modo in cui ci rapportiamo agli altri e ricordarci di considerarli sempre come persone, ciò che purtroppo spesso non avviene».

L’importanza di normalizzare l’appartenenza, l’esempio di Alex Farinelli

Bandecchi non si definisce un’attivista: per lungo tempo ha dato voce alla comunità Lgbtqia+ con il suo lavoro giornalistico senza mai esporsi. Fino a che un giorno, in maniera non pianificata, durante la registrazione del podcast “Sexbox” che conduceva insieme a una collega, parlò pubblicamente per la prima volta del proprio orientamento sessuale. «Mi è venuto spontaneo, non perché ritenevo che la mia storia fosse particolarmente interessante, ma perché ho pensato che magari qualcuno, ascoltando, potesse sentirsi meno solo, che la mia esperienza potesse risuonare in altre persone. Che potesse essere quella “maniglia in mezzo al cielo”, parafrasando Baglioni, che aiuta qualcuno ad aprire una porta». Non a caso “Panico morale” inizia con i “sì lo voglio” pronunciati da Natascia Bandecchi e Sara alle loro nozze, celebrate poco dopo l’entrata in vigore della legge sul matrimonio per tutte e tutti. Un’analoga spinta ha portato il consigliere nazionale Plr Alex Farinelli a fare coming out durante un’intervista televisiva: alla domanda su che cosa lo facesse sentire bene in quel momento della sua vita, rispose con semplicità “la mia famiglia, il mio compagno”. «Ho scelto di inserire quell’estratto perché una delle sfide principali oggi è normalizzare l’appartenenza alla comunità Lgbtqia+. Il gesto di Farinelli, politico che incarna l’immagine del “bravo ragazzo”, serio, impegnato, è importante perché può trasformare una visione distorta. Magari, ascoltandolo, in un padre che ha cacciato di casa il figlio perché omosessuale potrebbe aprirsi una crepa in convinzioni radicate da anni».

Come un serpente tra i passaggi stretti della vita

Riavvolgendo il filo della propria esperienza, per Bandecchi “Panico morale” è stato un viaggio «al tempo stesso collettivo e molto intimo, che mi ha permesso di guardarmi in profondità e che ha avuto anche un grande potere terapeutico» confida con commozione. Nel corso della serie emergono frammenti della sua esperienza personale, il rapporto con i genitori, i passaggi che l’hanno portata a diventare la persona che è oggi. «Quello che vorrei trasmettere, unendo la mia voce alle altre, è che non esiste una storia perfetta e non esiste un momento giusto per raggiungere determinate tappe. Ognuno ha il proprio percorso». Per descrivere il suo, Bandecchi ricorre a un’immagine del filosofo e pedagogo bulgaro Omraam Mikhaël Aïvanhov che simboleggia un passaggio evolutivo: «Quando il serpente sente che sotto la sua vecchia pelle se ne è formata una nuova cerca una fessura o un piccolo buco tra le rocce e vi si infila. Deve necessariamente attraversare quella “porta stretta”, ma all’uscita si è liberato della vecchia pelle. Poiché una nuova si è già formata sotto, questa mutazione avviene senza conseguenze negative». A volte, conclude, «ci sembra impossibile attraversare certi passaggi della vita. Poi lo facciamo e ne usciamo trasformati. Più leggeri».

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