Agnese Làposi, ‘I Fisici’ dalla scena allo schermo

Il documentario sperimentale di ‘un melodramma umano’ esplorato con diversi stili di ripresa, nato dalla versione teatrale di Igor Horvat. Parla la regista

laRegione Di Valentina Grignoli

Presentazioni il 13 aprile al GranRex di Locarno, il 21 aprile al Cinema Iride di Lugano e il 27 aprile al Teatro Centro Sociale Osc di Casvegno

Far rivivere ‘I fisici’ di Dürrenmatt sul grande schermo, ripercorrendone il testo attraverso le prove, uscendo dal teatro ma portando al tempo stesso gli spettatori più vicini agli attori (e alla realtà). Lo ha fatto Agnese Làposi che, nell’ambito del progetto svizzero ‘De la scène à l’écran’, ha diretto il documentario sperimentale ‘I Fisici’, su invito del regista teatrale Igor Horvat che ha tradotto e riproposto la pièce teatrale nell’autunno del 2024. Prodotto da REC in coproduzione con la Rsi e il Lac, il film di Làposi è distribuito da Noha Film e sarà presentato lunedì 13 aprile alle 20.30 al GranRex di Locarno, in collaborazione con Cineforum, e martedì 21 aprile alle 20.30 al Cinema Iride di Lugano, in collaborazione con Cineforum, Lac e OtherMovie, alla presenza della regista. Il 27 aprile, il film sarà proiettato al Teatro Osc di Mendrisio, in collaborazione con Club ’74, preceduto da un’altra produzione Rec, ‘Fade To Black’, corto di Giovanni Jannoni e Mariangela Marletta, girato in parte nel parco di Casvegno (entrata libera). Ma torniamo a ‘I fisici’, un’opera ibrida, tra cinema e teatro, documentario e finzione, che accompagna lo spettatore fin dentro il processo creativo, senza dimenticare l’universo grottesco e paradossale immaginato da Dürrenmatt e il contesto storico che ha visto nascere l’opera. Ci siamo avvicinati alla regista Làposi, per conoscerla più da vicino. «Ho studiato cinema all’Ecal (bachelor) e dopo aver lavorato in Romandia ho seguito, durante la pandemia, un master in Francia, in una scuola più improntata sulla ricerca legata al cinema documentario. Tornata in Ticino ho ripreso progetti con i produttori della regione e ho realizzato cortometraggi fiction e documentari».

Parliamo del progetto ‘De la scène à l’écran’: da cosa nasce l’idea di partecipare, e come ha affrontato il lavoro?

La proposta è arrivata proprio dal teatro, nella persona di Igor Horvat. È stato molto bello seguire tutte le fasi della creazione teatrale direttamente all’interno del Lac. Abbiamo dovuto trovare il modo di filmare una pièce già di suo molto lunga. ‘I fisici’ è un testo classico degli anni 60, non si può tagliare troppo ma deve restare accattivante per lo schermo. Come fare? Visto che è uno huis clos (in dramma si svolge tutto in una sala, letteralmente ‘a porte chiuse’, ndr) abbiamo spezzato l’immobilismo del teatro. E quindi abbiamo deciso di filmare durante tutte le prove, da quelle a tavolino fino a quelle sul palco con la scenografia. Inoltre, abbiamo inserito scene di finzione girate a Villa Heleneum a Castagnola. Questo ci ha permesso di raccontare il salotto, al centro della pièce, come un luogo sospeso fuori dal tempo, l’anticamera del potere. Una mise en abyme dei luoghi e della storia, che si esaurisce in diversi ambienti.

‘I fisici’ è una tragicommedia grottesca in cui tre scienziati si fingono pazzi in una clinica psichiatrica per evitare che le loro pericolose scoperte nucleari distruggano l’umanità. Immagino che, a parità di storia narrata, il film si distanzi dalla messa in scena teatrale.

Sono rimasta piuttosto fedele alla messa in scena di Horvat, ma ho inserito scene con materiale d’archivio. Questo era per me necessario per raccontare la relazione con il contesto in cui è avvenuta la scrittura di Dürrenmatt. Si vedono immagini del progresso di allora, le scoperte scientifiche, e immagini che raccontano la clinica psichiatrica. Questo testo è anche un melodramma molto umano, che ho esplorato con diversi stili di ripresa.

Cosa fa il mezzo cinematografico che non può il teatro?

Il cinema rompe l’immobilismo, dinamicizza la storia. La pièce vive in diversi posti, alcuni più astratti di altri. Si possono curare alcune scene nel dettaglio più di altre, a dipendenza di cosa raccontiamo e come. In un film poi, si possono integrare archivi e musica, c’è il montaggio. I tempi del teatro sono diversi. Il mezzo cinematografico è una fisarmonica, muove il film in funzione di ciò di cui ha bisogno. Però devo dire che in questo caso, il film è anche un omaggio alla recitazione teatrale: abbiamo filmato da vicino i corpi, eravamo alle prove, il Lac ci ha permesso di seguire un mese di lavoro e gli attori sono stati molto generosi nel lasciarci filmare in un periodo così delicato.

Non si perde nulla, rispetto a una rappresentazione in sala?

La recitazione è recepita in modo diverso, certo, e manca quell’aspetto cerimoniale di stare in un luogo con dei corpi vivi, lì per recitare. Sono due esperienze diverse. Poi va detto che ‘I fisici’ è un testo molto cerebrale, dialogato, un meccanismo perfetto: in questo caso l’unità di luogo è simbolicamente importante.

Che rapporto ha Agnese Làposi con il teatro?

Realizzare un’opera più teatrale, più incentrata sulla performance spinta degli attori, è stato bellissimo. Ho dovuto trovare un modo per filmare quello che c’era. Un universo che non è il mio, al quale posso unire la mia arte. Mi piace un certo tipo di cinema grottesco, Elio Petri, o storie che sono incastri tra politica, satira e grottesco. È stato fantastico lavorare su questo tipo di scrittura già esistente.

Infine, cosa ci racconta questo testo oggi? Mi pare che sia rimasto di grande attualità…

La contemporaneità di questa pièce sta nel suo mescolare il livello carnale, intimo, di una singola persona che si confronta con i propri limiti, in nome di grandi ideali che credendo di perseguire giustamente, sbaglia! Siamo compromessi continuamente tra l’assurdità di ideali personali e globali al contempo, e la tensione di queste due cose è al centro della pièce. Poter leggere gli avvenimenti storici immaginando ciò che sta dietro i meccanismi psicologici dei protagonisti, è una bella chiave di lettura che, anche se non risolve i problemi, permette di contestualizzare quel che succede senza sentirsi sopraffatti senza più lucidità di pensiero. Lo scarto tra la bassezza della piccola vita e i grandi ideali, questo conduce al grottesco, ed è di estrema attualità.